Nel mondo c'è un unico conflitto: cosa davvero sia più importante: se il tutto o la parte.
Friedrich Holderlin, Lettera a Karl, 1801.
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Nel mondo c'è un unico conflitto: cosa davvero sia più importante: se il tutto o la parte.
Friedrich Holderlin, Lettera a Karl, 1801.
Buon fine settimana, io sarò a Roma, al Belvedere Cederna, ore 20, domenica 28 giugno, con Gaja Cenciarelli e Io ti perdono.
CRUDELTA' 2
Per questo il romanziere deve essere crudele, spietato, senza ritegno. Deve restituire la crudezza del reale, rasentare la verità fino a spellarsi il cuore e le mani. Questo, però, è necessario si realizzi con un'estetica della crudeltà adeguata. Con eleganza e garbo, affinchè venga mantenuto il decoro delle umane miserie. Ecco perchè è ragionevole che le nostre storie contemporanee vengano raccontate attraverso il noir, il giallo e il poliziesco. Il genere, infatti, si presta assai bene a travestire il reale e a renderlo apparentemente inoffensivo.
Chi lo dice?
Un omaggio a Nico Orengo. Qui.
CRUDELTA'
Quando un romanziere racconta l'esperienza dell'uomo, a che altro dovrebbe attingere se non alla vita che lo circonda? E tuttavia la vita che lo circonda, in apparenza, può essere usata per rivelare tutto, ma veramente tutto, come ben sanno i lettori. Il vero compito e la vera responsabilità del romanziere stanno in come la usa.
Eudora Welty, Una cosa piena di mistero, Minimum fax
Domenica 28 Giugno sarò a Roma con Gaja Cenciarelli e Io ti perdono, QUI.
IO HO PAURA
Sono sempre più preoccupata. Ieri ero lì, a un paio di metri di distanza. Quando la frustrazione e l'ira sono diventate gesto. Senza mediazioni. Senza resistenze. Nè ideologiche, nè culturali, nè religiose. Lei è morta. Lui l'ha uccisa. Non è un libro appena scritto. E' la strada. Quella che tutte le mattine faccio tra le 8 e le 8.30.
Manca un'educazione sentimentale adeguata. Soffochiamo le pulsioni aggressive dei nostri figli perchè le temiamo, senza capire che vanno nominate, chiamate, spiegate. Tutti in fila bravi e bravini. Tutti adeguati. E poi profondamente tristi. Incapaci di vivere le emozioni forti. Assolutamente privi degli strumenti per elaborare i conflitti interni. Per sostenere, appunto, le frustrazioni. Io ho paura. Delle emozioni incontrollate, di quelle senza nome, di quelle che non conosciamo. Di quelle che non mi aspetto. Mi domando come accoglierle. Come lasciarle entrare. Come smettere di usare solo le parole per spiegare. Cerco il gesto che per anni il teatro mi ha offerto. Che lo psicodramma analitico mi ha permesso di riconoscere e provare. Che i libri mi hanno tradotto in esperienza. Che la narrativa mi permette di esorcizzare. Che la poesia sintetizza e nobilita. Che la musica enfatizza e spegne. E placa o esalta. Cerco negli occhi degli uomini il coraggio. E trovo paura. E non riesco a farmene una ragione. E aumenta la mia.
Stasera sarò qui. A cercare parole.
Io ti perdono, la mostra di Silvia Levenson è qui.
Io ti perdono, il libro, sarà a Roma, il 28 Giugno, alle 20, al Belvedere Cederna, che mi dicono essere strepitoso ;o)
PERDONARE
Mi accorgo sempre di più che il perdono ci riguarda tutti. Non solo i personaggi di un libro, non solo chi mi sta vicino, non solo il mio percorso di esistenza singola. Tutti. Alle presentazioni mi rimangono impressi gli sguardi e i sorrisi, quando scrivo sulla prima pagina dei libri una dedica. Parto dall'idea che chi mi sta di fronte, la persona, il lettore, sappia già perdonare. Abbia già raggiunto il traguardo dei piccoli perdoni. Tenga in sospeso solo qualcosa, ma poco, ancora da perdonare. Ma sia vicino a farlo. Io so che perdonare è possibile. So che ci vuole davvero molto tempo. Sono sincera quando dico che serve aspettare una resa fisica, psicologica, inevitabile. So che non è un atto intellettuale. So che non è una dichiarazione d'intenti. E' davvero una deposizione. Un gesto di profonda umiltà che si può concedere, solo quando si è sfiniti.
Non esiste un perdono teorico. Questo è impossibile. Me lo ha scritto una ragazza dopo aver letto Io ti perdono. "Senti Elisabetta, io non riesco a perdonare, perchè perdonare significherebbe negare la mia sofferenza. E poi lui non mi ha mai chiesto scusa e forse non sa neanche di avermi fatto del male".
Purchè perdonare non sia stringere i ranghi per la paura. Per annullare un torto che porterebbe a catena altre tragedie. Ti perdono e rimani qui con me. Non ho scelta. Quindi ti perdono. No, il perdono, credo, debba essere disinteressato. Alla fine. Deve arrivare quando non esiste più nulla da mettersi in tasca. Quando non esiste la convenienza. Quando non si devono incollare i cocci a tutti i costi. Il perdono spiazza. Più se stessi che gli altri. E davanti a questo è allora possibile ricostruire. Un rapporto. Un legame di amicizia. Anche di lavoro.
C'è indifferenza in giro. Non curanza. Superficialità. Allora meglio un sentimento forte di vendetta, di rancore, di rabbia. Piuttosto che il nulla. Ma il perdono non annulla le emozioni, non ti mette in stato di quiete. Ti consente di avvicinare i pensieri dolorosi. Di accogliere qualcosa di buono che può arrivare anche là, dove il male si è manifestato con tutta la sua potenza.
Parlo di perdoni piccoli, s'intende. Perdoni domestici, epica fatta di piccole cose, la mia. Non stragi di mafia, non omicidi. Parlo di fratture del cuore. Di passioni tristi. Di buchi dell'anima. Di questi. Dei giorni che viviamo uno dopo l'altro. Parlo a chi mi ascolta e a chi ha voglia di cominciare a farlo. Per me e per gli altri. Il tempo è poco. In quel poco, il senso deve essere massimo.
Adesso sto ragionando sul dopo. E dopo che hai perdonato cosa succede?
Qui un pezzo tratto da una pagina sul perdono del quotidiano L'Ordine di Como.
Qui il blog di Io ti perdono, aggiornato.
Thriller café
(...) Io ti perdono è un libro che ruota attorno a temi complessi, soprattutto pedofilia e prostituzione: crimini contro i deboli, meschini, abietti. Si può perdonare in questi casi? E qual è il fardello di chi “deve” farlo, come don Paolo, costretto nel suo confessionale? Immersi in una notevole trama noir, temi difficili, trattati senza retorica e trasudanti emozioni, altre protagoniste indiscusse del romanzo. In primis quelle di Maria Dolores Vergani, combattuta tra le reazioni negative che il mestiere scatena ogni volta che la mette di fronte alla bruttezza dell’essere umano, e quelle personali che la conducono lungo sentieri emotivi impervi e accidentati, sui quali è difficile cadere e sbucciarsi le ginocchia, rialzarsi e continuare, ma pure rotolare giù del tutto e non avere più la forza per risalire. Proprio l’evoluzione del personaggio principale dei libri di Elisabetta Bucciarelli, a mio parere, è un nuovo punto chiave, una riprova della crescita dell’autrice che a ogni opera fa un passo avanti, avvince di più il pubblico dei fedeli e colpisce positivamente i nuovi lettori. Anche con una scrittura che non vuole mai essere seducente, quanto piuttosto graffiante, tagliente. Che è capace di narrare ma allo stesso tempo di testimoniare, proprorre inquadrature livide, che feriscono, e di fronte alle quali, almeno personalmente, non sono capace di dire io “Io ti perdono”.
... inizia e finisce qui.
ps. ieri sera a Salsomaggiore l'atmosfera era morbida, il sole al tramonto, tanto pubblico attento, mi sono sentita veramente bene. Grazie.
BUON FINE SETTIMANA, A PRESTO!
Domenica sono a Salsomaggiore con Io ti perdono. Ore 18.20. Per chi è in zona, al Gazebo di Via Romagnosi.
GUARDANDO LE DONNE CHE FANNO COSE DIVERSE DA QUELLE CHE SONO DA SEMPRE DESTINATE A FARE...
Inoltre, anche se non vogliamo certo attribuire agli uomini strategie organizzate di resistenza, possiamo supporre che la logica spontanea delle operazioni di cooptazione che tende sempre a conservare le proprietà più rare dei corpi sociali, e in primo luogo la sex ratio di esse, affondi le sue radici in un'apprensione confusa, e fortemente pervasa di emozione, del pericolo che la femminilizzazione fa correre alla rarità e quindi al valore della posizione, e anche, in qualche modo, all'identità sessuale dei suoi occupanti. La violenza delle reazioni emotive contro l'ingresso delle donne nell'una o nell'altra professione riesce più comprensibile se si considera che le posizioni sociali stesse sono sessuate e sessuanti, e che, difendendo i loro posti contro la femminilizzazione, è la loro idea più profonda di se stessi in quanto uomini che viene difesa, soprattutto da categorie sociali come i lavoratori manuali o da professioni come quella militare che devono gran parte se non la totalità del loro valore, persino agli occhi di chi le pratica, all'immagine di virilità cui sono associate.
Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli
Ultimamente ne ho sentite parecchie. Dirette anche a me. Questo accade nella scrittura come in molte altre professioni. Beh, ma ne abbiamo così tante tra cui possiamo fare la nostra scelta senza nulla togliere alla virilità maschile: l'insegnamento, la cura dei figli, la casa, la colf, la ballerina, la spogliarellista, la segretaria, l'infermiera, la cuoca, la badante, la commessa, la centralinista, la poetessa, la hostess, la ricamatrice, la magliaia, l'autrice di romanzi rosa, l'autrice erotica, la giornalista di costume, la bidella, e forse qualche altra ancora... e possiamo sempre pensare all'uomo vero, quello abbastanza così.
ANCORA HUGUES PAGAN
"Calhoune è una donna costosa. Molto costosa".
"L'avevo preso come un complimento. A volte le nostre vite sono solo strade che si incrociano, e non c'è nessuno che rimane fermo, motivo per cui sono così frequentate e al tempo stesso così deserte. Mi sarebbe piaciuto che Calhoune si sistenmasse. Che alla fine fosse felice. Ho fatto di tutto perchè lo fosse. Non pensavo più alla Dodicesima e a tutte le mie rogne, pensavo solo a lei, al suo modo di muoversi pensoso, al suo sorriso e alla dolcezza dei suoi fianchi, alle sue sfuriate e ai suoi sbadigli da gattina quando aveva sonno. (...) Quante volte ho vegliato su di lei senza che lo sapesse... Mi sentivo orgoglioso e stupidamente importante come se fossi in qualche modo responsabile del fatto che esistesse."
Hugues Pagan, Dead and blues, Meridiano Zero
A volte ci vuole un po' di tempo per uscire da una storia. Per staccarsi dal clima. Per allontanare e lasciare sullo sfondo i personaggi. La grandezza di un autore è anche questa. Per me è soprattutto questa. Incollarti addosso le sue creature e le atmosfere. Lasciarti penetrare nel suo mondo. Permetterti di sognare o temere una situazione, un luogo, un sentimento. Parteggiare. Nascondersi. Intravedersi. Sfuggire. Scoprire che il genere umano è fatto anche di coraggio. Osare. Trovare stereotipi che ci provano, che si lasciano coinvolgere, che non mentono. Al contrario rivedere la paura, la menzogna, la codardia. Quella che già conosciamo. La mia ossessione è in parte quella di Pagan. Ecco perchè lo sto leggendo con questa avidità. Capita di trovare degli autori che hanno nel corpo della scrittura i nostri stessi temi. Metterli a fuoco è una rivelazione. Non le storie che funzionano. Le parodie idiote delle loro rabbie. Le tesi e le circostanze. L'autore che scrive perchè non può farne a meno svela e chiarisce ciò che devi cercare. La menzogna. Le bugie. I giuramenti falsi. Le promesse non mantenute. Non so voi, ma avere paura e trovarsi di fronte a qualcuno che ne ha più di te è spaventoso. Apre una voragine, un buco nero. Toglie il respiro e segna. "Essere ricordati per le nostre viltà è il peggio che ci possa succedere", (questa è la Vergani che parla ;o)
INDAGINE SUI COMMISSARI (e coincidenze)
Montalbano, Scialoja, Michelucci, Coliandro, Soneri, Pecora, Micuzzi, Manara, Bagni, De Luca, Negro, Binda... Non è una squadra di calcio, ma un elenco, del tutto parziale, dei commissari, marescialli o ispettori che popolano le pagine degli scrittori italiani di gialli. Un gruppo cui di recente si sono aggiunti il vicecommissario Enea Zottìa (protagonista di Corpo morto di Marco Polillo, pubblicato da Piemme) e l’ispettore Vitali creato da Patrick Fogli per il suo Il tempo infranto (sempre Piemme).
E se è alla quarta indagine l’ispettore della Questura di Milano Maria Dolores Vergani ideata da Elisabetta Bucciarelli, da poco in libreria con Io ti perdono (Kowalski), ha scelto invece ancora una volta un’ambientazione estera, in questo caso New York, Giorgio Faletti che in Io sono Dio (Baldini Castoldi Dalai) mette in campo il fotografo Russell Wade e la poliziotta Vivien Light.
su Famiglia Cristiana, continua QUI.
Coincidenze... forse ne parlerò, un giorno. Esce questo. Intanto.
PAROLE ANTICHE
(...) La poesia antica è lo specchio di una cultura che crede nel potere delle parole. Gli antichi conoscono perfino la parola che vince la morte e ha il governo della natura. Mi sto riferendo al ben noto mito di Orfeo, il poeta che commuoveva le stesse pietre con la bellezza del suo canto e che in virtù del suo dono godette del raro privilegio di riportare la moglie prematuramente morta sulla terra. D' altra parte, il mito di Orfeo ci insegna che la potenza della parola non è onnipotenza. La parola vince se rispetta le regole del mondo in cui si manifesta. Orfeo aveva stretto un patto con il dio dei morti - di non voltarsi mai, prima di riuscire alla luce, per accertarsi che la moglie lo seguisse. Invece si girò ed Euridice fu persa una seconda e definitiva volta. La parola, insomma, ha un ambito di azione, che può essere anche vastissimo, può anche scendere agli inferi e lì esercitare la sua forza. Ma alle parole devono anche corrispondere azioni adeguate. Per di più, perduta Euridice per sempre, Orfeo continuerà a infrangere le regole. Se ne andrà in giro solo per il mondo, poetando, e respingerà le altre donne. La sua fine è orribile, ma in fondo inevitabile. Sarà squartato proprio dalle donne e disperso. Di sole parole, infatti, non si vive. Ci vuole anche il resto. Ci vuole l' amore. I poeti antichi si preoccuparono, come nessun poeta moderno si è mai preoccupato, di durare. Noi moderni tendiamo a concentrare la nostra mente su chi siamo stati, pensiamo all' infanzia, a quel che non c' è più. Gli antichi pensano ai posteri, a quel che non c' è ancora. Per questo la poesia antica è così essenzialmente diversa dalla nostra: perché non si abbandona ai ricordi personali, nemmeno quando esprime il massimo della soggettività, come vediamo in Catullo. (...)
continua qui. Corsera di Sabato 13 Giugno, di Nicola Gardini.
Parole e azioni adeguate. Pensavo di aver esaurito questo rovello e invece sono ancora ferma a pensarci. Parole dette, azioni evase. "Le parole sono importanti", semplificava Moretti, ma se non lo sono per chi scrive, per chi allora? Non riesco a tenere insieme la scrittura e la verità. Il sentimento e la fuga. La paura che possono fare le parole. Quelle stesse che utilizziamo per raccontare, per esprimere pensieri profondi o carezze leggere. Da chi usa parole per mestiere non siamo in grado di accettare menzogne. Quelle peggiori. Dette per salvare i sentimenti. Dette per non deflagrare nella frustrazione. Dette per mantenere uno status quo marcio.
Poi c'è un ragazzino di nove anni che si è tolto la vita. Passioni tristi. Silenzi. Che esempio stiamo dando? Se ci va bene, (se in casa nostra), i figli si limitano a sputarci in faccia o se si chiudono nella loro stanza alzando la musica, siamo fortunati, sì. Ma il disamore collettivo, le ali tarpate, i desideri liquidi che spurgano dai colletti, repressi, costretti, non vissuti, negati, sono montagne. Si sommano da una casa all'altra. Escono dalle finestre. Si respirano sui banchi di scuola. Insegnati che sognavano di essere fisici nucleari, poeti, ballerine, scrittori famosi. E invece ripiegano su scolaresche fervide di immaginazione e sogni e li castrano giorno dopo giorno. Inesorabilmente. Con le loro risatine di scherno. Con il loro bottino di insoddisfazione cosmica. Con la loro pratica azzerata a vivere nel mondo. Con le paure di ogni forte emozione. Di ogni virgola di vita. Non ce la farai mai perchè non ci sono riuscito io. Non lo dicono ma lo esalano. Mandano nell'aria il messaggio della loro sconfitta. E' colpa nostra, di tutti. Non stiamo più scegliendo per la forza dello spirito, non più per la potenza delle idee o della libertà, non certo per i sentimenti violenti e carichi di istinto vitale. Siamo una palude. E parliamo con le parole degli altri. O cantiamo la depressione. O inneggiamo al "corpo morto", la boa che dovrebbe evitare di farci affogare per dare un esempio di rettitudine basato sulla paura e sul terrore di venir giudicati. Povere figlie. Poveri figli. Non conoscono le rabbie, non le estreme felicità. Non la carne capace di esultare. Non il pianto a dirotto per un amore finito. Solo l'acquitrino dei cocci incollati. Delle paroline spezzettate tra una zucchina e un pomodoro in insalata. Sermoni, prediche, bon ton. Buona educazione, musica perfetta. Letture adeguate. Sport. E ognuno, per conto suo, cova. Cova ricordi, porta sempre con sé pensieri condensati e costretti, che sono la vera colpa. Quella per cui il clima non muta. E il contrappasso esige le sue leggi. Ecco. Oggi va così.
SICK GIRL! (grazie Luna ;o)
“Perdonare gli altri significa perdonare anche se stessi. Non giudicarsi ma perdonarsi”. Il perdono è una delle tematiche del nuovo e avvincente romanzo della milanese Elisabetta Bucciarelli. La trama è complessa e articolata e l’ispettrice Maria Dolores Vergani, già protagonista di tre fortunati romanzi, si trova a dover affrontare tre differenti indagini, che toccano temi scottanti quali la pedofilia e la prostituzione. I mali del mondo toccano i territori boschivi e isolati della Valle d’Aosta come la metropoli milanese, sempre più frenetica e inospitale. Una scrittura scorrevole e incisiva che cattura e avvolge, accompagnando il lettore fino al sorprendente finale. Quando ai problemi lavorativi si uniscono quelli personali e i sentimenti e il cuore, allora la verità della quotidianità sorprende e colpisce. Perché Maria Dolores è anche una donna e come spesso accade “la sua bestia aggrappata alle spalle erano le emozioni”.
Per prima cosa vorrei ci introducessi il tuo personaggio: l’ispettore Maria Dolores Vergani.
E’ una donna che vive del suo lavoro. Alla ricerca del suo posto nel mondo. Di un motivo per amare e di uno per non farlo. Rigida ma profondamente femmina. Abituata a stare sola ma con amicizie granitiche. Sensibile al lato oscuro e in perenne lotta contro il male. Un personaggio che evolve al passaggio di ogni storia. Come nella vita. Segnata dalle esperienze e orgogliosa dei segni che la scolpiscono e la rendono sempre più umana e fallibile.
E ora sarebbe divertente se fosse proprio la Vergani a dirci chi è Elisabetta Bucciarelli.
Elisabetta? Troppo sognatrice. Testa sempre tra le nuvole. Emotività fuori controllo. Dovrebbe tagliarsi un po’ i capelli. E magari fidarsi meno di chi non conosce. Perdesse qualche grammo di insicurezza non sarebbe male. Rinunciasse alle sue filosofie anche. Però è generosa, ecco questo si può dire di lei ;o) (La Vergani è sempre piuttosto dura con me… ma in fondo mi vuole bene).
Questo è il quarto romanzo che vede Maria Dolores protagonista. Quanto è cambiato il personaggio negli anni? E ancora: quando si porta avanti un personaggio seriale i cambiamenti e l’evolversi dello scrittore si rispecchiano forse nella crescita della propria creatura di cellulosa?
Maria Dolores Vergani è passata attraverso quattro indagini grandi e una ventina piccole. Non è più la stessa. D’altra parte penso che il guaio maggiore sia rimanere identici a se stessi tutta la vita. Una vera noia. E uno spreco. Lei faceva la psicologa, poi l’hanno sospesa dall’Albo. E’ entrata in Polizia pensando di fare giustizia solo con le intenzioni. Invece si è dovuta scontrare con la Legge, i maschi e la vita di strada. Adesso è più consapevole, ha meno paura. E rischia di più. Così anch’io mi diverto a scrivere di lei. E mi accorgo che è la Vergani che mi anticipa. Può succedere che io raggiunga i suoi traguardi, ma solo dopo averli visti attraverso i suoi occhi.
La trama è costruita con capitoli brevi e incalzanti che si susseguono, dando ritmo alla narrazione. Uno chiama l’altro, nel vero senso della parola. Tre differenti indagini, complicazioni nella vita privata dei protagonisti, sentimenti contrastanti che si alternano e sovrappongono. Forse questa scelta narrativa è metafora della frenesia della vita stessa in cui, spesso, non si può ragionare a mente lucida su un solo problema, ma ci si trova pungolati da tutte le direzioni?
E’ possibile. Per me lo stile e la struttura di una narrazione sono funzionali alle storie che sto scrivendo. In questo caso la linearità, l’asciuttezza e il ritmo sincopato erano l’unica possibilità per parlare di temi così disturbanti. In qualche modo dovevo prenderli e lasciarli velocemente. E così ne è scaturito un libro dalle sonorità secche, quasi aspre. Sicuramente dure e differenti, per esempio, dai primi due (Happy Hour e Dalla parte del torto).
Mi piacerebbe che tu ci parlassi del leitmotiv del romanzo che compare anche nel titolo: il perdono. “Ma poi? Si riesce a stare in pace? Perdonare e dimenticare il torto e chi l’ha commesso, se stessi e le proprie mancanze?”, chiede nell’incipit la protagonista.
Il romanzo nasce da alcune domande difficili: se sia o meno possibile perdonare. Cosa sia perdonabile e cosa no. E come si sta dopo aver perdonato. Quello che ho capito dopo aver mediato a lungo e aver scritto il libro è davvero molto poco. Intanto la soggettività del danno. Perdoni grandi e piccoli hanno pari dignità. Poi l’individualità del perdono. Io posso perdonare anche se l’altro non chiede di essere perdonato. Infine, la necessità di prendere in considerazione il perdono. Almeno proviamoci. Non ci rende migliori ma è possibile che ci risparmi l’acido della vendetta e il rancido rancore. Non so. Forse.
Come madre deve essere stato difficile affrontare la terribile tematica della pedofilia. Vuoi parlarci del motivo che ti ha spinta a questa scelta? O è stata la tematica a scegliere te?
E’ stato molto difficile parlare di questo tema. Ma le mie storie nascono sempre da qualche forma di rabbia o disagio. E l’abuso sui minori o la loro scomparsa sono argomenti spaventosi. Di fondo io ho paura. Di moltissime cose. Quindi ho imparato a non scappare. Ad affrontare come posso le paure. La scrittura è un magnifico modo per condividerle ed esorcizzarle.
I personaggi femminili sono maggiormente e, non esagero a dire, magistralmente tratteggiati. Ne emergono le debolezze e fragilità, la forza interiore, i desideri che spesso si scontrano con la ragione…
Ti ringrazio. Ho molte amiche donne. Ironiche, depresse, belle, maniacali. Ma tutte affascinanti e piene di lati oscuri. Mai prevedibili, mai scontate. Le guardo, le osservo, e imparo.
L’universo femminile e quello maschile sono quasi due mondi paralleli e distanti con differenti bisogni e aspettative, un differente linguaggio comunicativo. Il tema dell’incomunicabilità emerge umbratile dalle pagine del romanzo. Vuoi parlarcene?
Ho cercato di farlo in questo romanzo. Parlare dei molti modi di declinare l’amore. Di come possa essere scambiato per altre cose, o barattato, o calpestato. Per mancanza di coraggio, per vigliaccheria o troppa fragilità. Non c’è un difetto di comunicazione c’è una non volontà di comprendere i bisogni dell’altro. Ci sono precise responsabilità. Un utilizzo distorto della parola. Noi ostentiamo una sicurezza che non abbiamo, loro promettono e non mantengono. Noi concediamo senza chiedere mai, loro costruiscono castelli dove rinchiudere le principesse. Noi invecchiamo e non ci lasciano neppure la soddisfazione di farlo. Loro anche, ma noi continuiamo a non accorgercene.
Continua qui.
La parola alle librerie.
“Solo Dio può perdonare il peccato. L’uomo, se riesce, può arrivare al massimo a perdonare il peccatore.” E’ una delle prime frasi de IO TI PERDONO, di ELISABETTA BUCCIARELLI, e il tema del perdono è al centro di questo intenso noir che gioca sui temi del ritorno ai luoghi dell’infanzia, la Val d’Aosta della protagonista, ispettore Maria Dolores Vergani (che qui prosegue la sua carriera di investigatrice, dopo altre prove), quelli della solitudine umana e delle miserie che ci circondano. Una storia dura che si evolve su piani paralleli, dai boschi agli intrighi di Milano, passando dai toni della cronaca (stupro, pedofilia, prostituzione) a quelli più personali della difficoltà di essere donne e madri, dei rapporti con gli uomini. Senza eccedere né da una parte, né dall’altra!
IO TI PERDONO, ELISABETTA BUCCIARELLI, COLORADO NOIR/ KOWALSKI
Risate, voci allegre ai confini di un bosco in montagna: cercano castagne. Un cagnolino scodinzola vicino alla piccola Arianna. Lei lo insegue nel labirinto degli alberi in una corsa malferma fino all’abbraccio di qualcuno. Scomparsa. Richiamata da un sacerdote che la conosce da quando era bambina, l’ispettore Maria Dolores Vergani torna in quel paesino della Val d’Aosta. L’uomo le chiede di aiutare la madre di Arianna in veste di psicologa, professione che non svolge più da tempo. Ma c’è anche dell’altro, che il prete non vuole o non può dire. Una leggenda antica, una richiesta di perdono, un senso di colpa che non trova pace. Intanto a Milano vengono rinvenuti in un’area industriale dismessa i resti di una donna e il collega Pietro Corsari la coinvolge, suo malgrado, in un’indagine ben oltre le mura della città, dove i milanesi sciamano per soddisfare desideri inveterati. In questo momento difficile, Maria Dolores può fidarsi solo di Achille Maria Funi, il suo aiuto, che la segue in missioni oltre la loro stretta competenza e che si rivela questa volta inaspettatamente sensibile e perspicace. L’ispettore Vergani si ritrova a fare i conti con l’amore, quello da cui non si può sfuggire e dal quale si vuole a tutti i costi scappare. E mai come ora Maria Dolores deve ripercorrere il proprio passato – un percorso che la porterà forse a diminuire la distanza di sicurezza fra sé e le persone della sua vita.
IO TI PERDONO on air su DEEJAY
Elisabetta Bucciarelli “Io ti perdono” (Colorado Noir-Kowalski).
Come sempre arrivo tardi, non credo di scoprire nulla di nuovo dicendo che che la Bucciarelli sia dotata di “leggerezza nello scrivere”. Quello che intendo dire è che scrivere un giallo basato su una storia di pedofilia non è precisamente una passeggiata, il tema è davvero forte, ma l’autrice è riuscita a tracciare questa storia netta, graffiante senza cadere nel retorico, con pochi tratti decisi e precisi. Arianna è una bambina di circa due anni. Un momento, una svista della mamma che la segue da lontano con lo sguardo e la bimba sparisce nel bosco.C’è un mostro che prende i bambini, forse ha preso anche la piccola.E c’è una investigatrice molto umana, Maria Dolores Vergani, che viene chiamata sul posto dal parroco del paese dove lei stessa è cresciuta. Il parroco sembra volerla coinvolgere per aiutare la madre di Arianna nelle ricerche, ma non può, o non vuole, dirle tutto ciò che sa. La Vergani, spirito tormentato, si mette ad indagare, tra la Val d’Aosta e Milano, mentre sul piano personale si dibatte per un amore ancora da definire. “Io ti perdono” è un ottimo giallo con tutti gli ingredienti al posto giusto e una protagonista verso la quale non è difficile provare empatia immediata, al punto di volerla seguire passo passo dalla prima all’ultima pagina tutto d’un fiato, per essere sicuri che stia bene e che riesca nell’ intento di risolvere il caso.
L'originale QUI.
Chi mi ha letto lo sa. Non c'è libro che io abbia scritto senza di lei, senza una sua opera, senza la sua presenza. Silvia è grande. E' lady bilama, come me. E' surreale e crudele. E' dolce e allo stesso tempo dolente. Pericolosa e magnetica. Lavoriamo da tempo su temi analoghi. A distanza ma molto vicine. Non riuscirei mai a pensare alla scrittura senza passare dall'Arte. Da quella vera, intendo. Che racchiude una necessità. Un bisogno autentico. Delle cose da dire. Silvia è sintetizzata in questa cosa che succede a Roma il 25 Giugno (io ci sarò il 28).
Silvia Levenson ha realizzato un'installazione dal titolo Io ti perdono ispirata al nuovo romanzo della sua amica scrittrice Elisabetta Bucciarelli, anch'essa affascinata, come l'artista argentina, da argomenti quali la violenza quotidiana, i rapporti interpersonali, i disagi sottili e profondi. L'indagine della Levenson si sviluppa su due piani: da un lato l'infanzia difficile da vivere, rappresentata da un ipotetico bambino posizionato al centro di un tappetino di filo spinato dove i segreti sigillati degli adulti prendono vita nei giochi dei bambini; dall'altro il perdono inteso nelle sue diverse declinazioni, il perdono verso i genitori distratti oppure talvolta mostruosi, verso noi stessi oppure verso l'altro."I segreti familiari ed il perdono", afferma l'artista, "si toccano, si fondono e si separano creando gli arabeschi delle nostre vite".
Silvia Levenson (Buenos Aires, Argentina, 1957) vive e lavora in Italia dal 1981. Fra le sue mostre più recenti si ricordano le personali presso la Bullseye Gallery, (Portland, Oregon, USA), la Galleria Traghetto (Roma), la Galeria Montoriol, (Barcellona, Spagna) e la Galleria Caterina Tognon, (Venezia). Prende regolarmente parte alle maggiori fiere internazionali di arte contemporanea quali Scope London, Scope New York e Art Miami e le sue opere sono presenti in diverse collezioni pubbliche, quali la collezione del Fine Art Museum di Houston e del Tikanoja Art Museum di Vaasa in Finlandia.
Galleria del Traghetto, 25 Giugno 2009, Roma.
CALHOUNE vs VERGANI
Sto vivendo immersa in un mondo parallelo. Fatto di personaggi e immagini. Gillo Dorfles sta cercando la pittura a Venezia, ma come? E' piena di pittura Venezia! Forse anche lui sta vivendo in un mondo di cose sue. Va bene così. Ogni tanto qualcosa mi distoglie da questo vagare, anzi da questo ondi-vagare. Una notizia buona su Io ti perdono, una mail con mms, vetrine in giro per l'Italia. Non sono abituata. Auguri di compleanno fuori stagione (ma sono stata così brava a depistare il mondo? Come la Vergani c'è un motivo, chissà che leggendo il libro qualcuno capisca quale ;o), amiche che risorgono dal vuoto cosmico del passato (ma chi l'ha detto che il passato è "pieno"?). Stranezze. C'è un ingorgo emotivo in questo momento, ci sono mail intense, forse troppo. Ma di cui sono grata. C'è uno strano vento che soffia, non solo su Bologna (come dice Simona) ma anche su Milano. C'è odore di aceto nell'aria e un trapano dai miei vicini di casa che alle sette comincia a trapanare. Stanotte ho iniziato un nuovo Hugues Pagan. Che gran gusto, finalmente.
Analogie:
"Era fresca del corso per ispettori e mi avevano incaricato di iniziarla, o almeno istruirla. Per due anni le ho reso la vita difficile. Non volevo donne nella mia squadra, ma Calhoune era più di una donna. A modo suo, ma come Léon, era una dura. Modesta come tiratrice, ma cocciuta e determinata. Di tutti i poliziotti che ho svezzato, Calhoune era certamente la più dotata, anche se non la meno fragile. Come tutti noi, Calhoune aveva due facce. A sapere quale avrebbe vinto... Non è che non avesse vizi, ma le mancava la forza disincantata che conferiscono la pratica abituale della menzogna e lo spettacolo dell'avidità. Avrebbe dovuto essere più resistente e insensibile, con meno bisogni, non necessariamente di lusso. Ai propri capricci si può sopravvivere, alle proprie voglie no. Voleva tante di quelle cose, Calhoune... Per cominciare voleva essere felice, il che non è mai un buon punto di partenza. (...) Come mi aveva detto Franck, sul ponte Solférino: "Calhoune è una donna costosa, molto costosa."
"I veri giocatori vogliono perdere, il loro massimo desiderio è punirsi per cose che non hanno mai fatto."
Hugues Pagan, Dead End Blues, Meridiano Zero (Pagan è uno scrittore che guarda il mondo, da vicino. Non lo teme, non ne ha paura. Deve aver sbirciato anche dalle mie parti e, sono sicura, anche dalle vostre.)
Musica, anche se non c'è niente di pubblico da festeggiare, credo valga sempre la pena desiderare cose belle anche se non ce le possiamo permettere, altrimenti non rimane che una cosa: la frustrazione di non poter nemmeno desiderare. Ma questo riguarda i sogni e non tutti sappiamo o siamo stati abituati a sognare.
IO TI PERDONO E LA BIENNALE DI VENEZIA (quella alternativa...)
C'è un senso nelle cose, una forma di sincronicità la chiamava Jung. Coincidenze o numerologia. Questo è un momento dove tutto torna. Sarà quel 3 che pare anche una B, che mi ostino a tenere al posto di una foto qualunque. Sarà la scelta del mito, Orfeo e Euridice, che ho inserito in Io ti perdono, e che sta portando sguardi in prospettiva. Mai voltarsi, insomma. Altri indagano dalle mie stesse parti. Silvia Levenson, di cui dirò più avanti, che mi impone una profondità di sguardo che penso sempre di non avere. Parole nuove, che continuo a cercare perchè prenderle in prestito mi pare un furto. Per merito o colpa di nuove storie che premono per essere raccontate. E questa Biennale da shock, che poi, per me che vivo in mezzo a queste cose non è stato shock per niente, anzi, mi è parsa un già visto e rivisto. Un regesto del momento che non lascia traccia, quasi. Niente è ancora classico, qualcosa forse lo diventerà ma proprio per la necessità di documentare i processi storico-artistici, per non ostentare buchi nei libri di storia e di Arte (un vuoto che farebbe un gran bene a chi studierà il nostro oscuro momento: 2009? Niente di fondamentale da segnalare).
Dal comunicato stampa:
Non Voltarti Adesso. / Don't Look Now.
Artisti italiani a Ca' Pesaro
Venezia, Ca’ Pesaro- Galleria Internazionale d’Arte Moderna, II piano.
7giugno- 4 ottobre 2009
Se tra il 1908 e il 1920, dunque, lo storico palazzo rappresentò una "palestra intellettuale" per giovani come Boccioni, Martini, Casorati, Marussig, le stesse sale hanno ora l’ambizione di offrire un condensato credibile dell’arte italiana attuale.
Qui, accanto a grandi opere di pittura e scultura del primo novecento, la mostra Non voltarti adesso/Don’t look now presenta, in una condivisione che potrà diventare anche scontro, artisti del presente: Sergio Breviario (1974), Liliana Moro (1961), con una ricerca plastica di sicura valenza e consapevolezza, Anna Franceschini (1979) e Nico Vascellari (1976) nel video, Lorenza Boisi (1971) e Giulio Frigo (1984) nella pittura, Franco Guerzoni (1948) con una ricerca che varca le soglie del mezzo fotografico, Flavio Favelli (1967), Paolo Gonzato (1975) e Luca Trevisani (1979) che si confrontano con le dimensioni variabili di installazioni ambientali.
Non si tratta della presentazione di un gruppo unitario ma di una serie di visioni molteplici, senza prescrizioni stilistiche o mediali; proprio come nelle lontane secessioni capesarine, quando artisti diversi per stile e poetica ebbero la possibilità di esporre i propri lavori, combinati in un afflato di rinnovamento.
Le opere di Non voltarti adesso / Don't Look Now - espressamente non site specific e selezionate tra le più significative e caratterizzanti produzioni recenti o passate degli artisti - condividono lo spazio con le grandi opere della collezione del museo in un concilio che ridiscute i crismi della monumentalità, contrapponendovi un possibile alter ego contemporaneo.
Non voltarti adesso / Don't Look Now è un titolo suggestivo, mutuato dal celebre e sofisticato film di Nicholas Roeg del '73. Un film sul potere mesmerico di Venezia, sul principio della visione e della “seconda visione”, sul riflesso e sulla rifrazione del ricordo e della coscienza, consumati in una corsa ansiogena tra l'ombra umida delle calli e gli angoli esasperati della memoria. Rimandi di immagine come nelle rifrazioni frammentarie dell'opera di Trevisani, nella pittura umbratile di Boisi, nel codice onirico dello “spazio scultoreo” di Breviario, nello sguardo dirottato di Frigo. Ritorni atmosferici come, nell'imperversare di residui mnemonici di Gonzato, nei fuochi fatui di Nico Vascellari, nella poetica architettonica dismessa di Guerzoni, nel “perturbante” video di Franceschini e nello sguardo immobile dell'opera di Liliana Moro, il tutto ovattato dalla spessa cortina di Favelli.
Non Voltarti adesso / Don't Look Now potrebbe dunque anche essere l'incitamento alla famiglia di Lot in fuga dalle pervertite città bibliche....
Come racconta la storia di Orfeo ed Euridice, voltarsi indietro, proprio e soprattutto nel nostro tempo, è una debolezza che mette in pericolo il vivente e che nessuno di noi può concedersi.
LEGGERE E TRATTENERE
Leggere tanto può portare a molte conseguenze. Ne dico solo alcune pratiche. Può migliorare il lessico. Può far partire la fantasia per voli ad alta quota. Può intrattenere e non lasciare nulla tranne la fine e il volume in libreria. Può scatenare rabbie. Può infastidire. Può (che strana parola "può"...) anche non lasciare traccia alcuna. Con un certo sospetto nei confronti di me stessa, leggo ultimamente cose che vorrebbero scavare solchi profondi e importanti e neanche mi lasciano bave di lumaca. Vorrebbeno in realtà da decenni lasciare segni fondamentali e indelebili e invece sono bave. Bave di lumaca. Una volta dissi a uno scrivente: ma davvero tu credi di lasciare segni indelebili con queste cose che scrivi? neanche bave di lumaca rimarranno... Così, tranne rare eccezioni, penso di tutto quello che viene scritto attualmente. Piccole tessere di un mosaico più grande che non siamo ancora capaci di leggere. Se ci andrà bene saremo in quel mosaico. Lo scrivente si arrabbiò moltissimo. Ieri sfogliando il Corriere (sono sempre sul punto di decidere la disdetta della consegna domiciliare), mi sono soffermata su una storiella. Storiella ho pensato. Due paginoni di storiella e commento. A firma Paolo Giordano. Ho letto. Ho letto anche altro. La Biennale, per esempio, che mi sta dando molto da pensare. Qualche fatto di cronaca. Stupidaggini sportive e spettacoli di nullo interesse. Ho chiuso e ci ho dormito su. Ma stanotte le parole di Giordano sono arrivate a raccontarmi altre cose. Ora vorrei proporle qui (le parole di Giordano). Rimandando al sito del Corsera la lettura del pezzo. (Quindi non disdico la consegna domiciliare) Perchè c'è un'onestà di fondo che non ti aspetti da un ragazzo di 26 anni, e che io non ero riuscita a trovare in tanti scriventi di 50. E' così. E senza essere uno "stregato", la sensazione esistenziale, sono certa, è la stessa per molti di noi. Senza scomodare le tecnologie, solo guardando i vicini di casa, meglio, di vita.
Buona lettura.
L’uomo e la sua buca.
Un uomo vive in un quartiere tranquillo, ai margini della città. Una zona periferica, composta da villette indipendenti, eleganti ma niente affatto sfarzose. Ha un lavoro che lo soddisfa e gli permette una vita decorosa, una fidanzata di cui è quasi sicuramente innamorato, parenti disponibili, amici in quantità sufficiente ma non eccessiva.
Un giorno, decide di scavare una buca nel proprio giardino. Armato di vanga e carriola, si mette all’opera.
Il cortile affaccia sulla strada e in quel punto c’è sempre un gran viavai di gente: chi si dirige alla fermata del bus, chi torna a casa reggendo le borse della spesa, chi passeggia senza meta con il naso per aria. I primi giorni, nessuno fa caso all’uomo che scava. Alcuni gli gettano un’occhiata distratta, come si fa con i movimenti che involontariamente attraggono la nostra attenzione. Altri tirano dritto, con il loro passo svelto. Degli amici, passati di lì per caso, invitano l’uomo a unirsi a loro per una passeggiata e una birra al bar della piazzetta. Lui li ringrazia, ma declina l’invito. «Sarà per la prossima volta» dicono gli amici.
L’uomo lavora instancabilmente. La buca si fa sempre più profonda e, contemporaneamente, il mucchio di terra rimossa diviene più alto. Quando ha raggiunto ormai l’altezza della finestra, i passanti cominciano a rallentare, incuriositi. Qualcuno si avvicina alla staccionata del cortile. «Ehi, ma che cosa cerchi laggiù?» domanda. L’uomo, in tutta risposta, scrolla le spalle e sorride, poi affonda un’altra volta la vanga nel terreno soffice.
Lo scavo attrae sempre più persone. Ogni mattina, un gruppetto di curiosi si raduna sul marciapiede. Osservano l’uomo scavare, bisbigliando fra loro con aria seria e preoccupata. Talvolta, quando egli estrae un mucchio di terra più cospicuo del solito, partono degli applausi e dei fischi. Un ragazzo grida: «Ehi, amico. Gran bella buca la tua!». L’uomo— il viso macchiato di terra — ringrazia, alzando il braccio. Un suo collega si fa spazio tra la folla («Permesso! Permesso!»). Lo fissa dall’alto, scuotendo la testa: «Da settimane non fai altro che scavare. E il tuo lavoro? — gli punta l’indice contro, minaccioso — Stai facendo una stupidaggine». Una donna di mezza età s’intromette, per dargli manforte: «Ha ragione. Torna dentro, figliolo. Lascia perdere le buche. Se scavi ancora, rischi di danneggiare le fondamenta della tua bella casa. Crollerà». L’uomo li guarda. Si appoggia alla vanga, dubbioso. Riflette per alcuni secondi. Poi prosegue.
È ormai completamente nascosto, il cumulo raggiunge il davanzale del secondo piano. Un signore vestito di un abito scuro, con la barba bianca pareggiata poche ore prima, inveisce: «Io l’ho capito perché stai scavando, disgraziato! Ti ho smascherato. Tu cerchi il petrolio, là sotto».
Ci sono persone che ormai stazionano per gran parte della giornata di fronte al giardino. Qualcuno, addirittura, ha trovato il coraggio di scavalcare la staccionata ed entrare. Siede sul bordo del cratere, le gambe penzoloni, e osserva i capelli scarmigliati dell’uomo. «Serve una mano laggiù?» domanda. Ma l’uomo scuote il capo. Gli amici compaiono sempre più di rado. «Lasciamolo stare — dicono — ormai pensa solo alla sua buca». Uno di loro ha lanciato un aeroplanino di carta nel cortile, che è andato a conficcarsi nel terriccio molle. Sopra, a penna blu, c'è scritto: «Non ti riconosco più. Addio».
Ben presto la storia della buca supera i confini della tranquilla periferia. Sempre più gente arriva da lontano per osservare quell’opera bizzarra. Si presentano anche i genitori dell’uomo. Il padre si sporge sul baratro, la sua voce giunge all’uomo amplificata e reboante: «Vieni fuori di lì! Non è il tuo posto, quello». La madre trattiene a stento le lacrime: «Ti stanno guardando tutti». L’uomo sorride, per rassicurarli. Non si lascia suggestionare.
Pochi giorni dopo, ecco giungere anche la sua fidanzata. Sembra furiosa. «Avevo piantato i semi dei miei tulipani, qui — si lamenta — ora non cresceranno più. E con quella montagna di terra, non si vede più fuori dalla finestra. Devi ricoprire tutto. Subito! ». L’uomo ha un momento di esitazione, si asciuga il sudore, poi guarda la fidanzata, bellissima, stagliata contro il piccolo cerchio di cielo azzurro. Le soffia un bacio sabbioso dalla mano e continua.
Fuori dalla buca c’è sempre un gran baccano. Soltanto al crepuscolo la folla si disperde. Dalla sua stanza, l’uomo osserva la voragine e si sente soddisfatto. Una notte viene svegliato da un rumore, si affaccia alla finestra e scopre un gruppo di ragazzetti che si divertono a fare la pipì nella sua buca. Sghignazzano.
Lui non protesta. Dopo mesi di scavi, il cortile è completamente coperto di mucchi di terra. La gente non riesce più a spiare dentro. L’uomo vede i loro occhi avvicendarsi dietro le poche fessure rimaste. Si asciuga la fronte. Ha finito, gli pare. Scala il cumulo di terra più alto e si siede in cima. Tira una leggera brezza. La folla lo guarda dal marciapiede, ammirata, incuriosita, furiosa. Lui estrae dalla tasca un panino al prosciutto e lo addenta. Perlustra l’orizzonte. Cerca il posto adatto per scavare un’altra buca.
Continua (e vale la pena) QUI.