lunedì, 30 giugno 2008

L'ARTE DELLA MUSICA

La musica è un genere molto a sé del bello, conosce solo il tempo, essendo questo la sua condizione immediata, ma niente di ciò che nel tempo accade. Non è come le altre arti un'espressione degli effetti della migliore coscienza nel mondo sensibile, bensì essa stessa è uno di questi effetti. Come l'osservazione della natura e dell'architettura, anche la musica ci strappa alla soggettività: ne fa di più e agisce in modo positivo (ciò che, come si è detto, anche quelle fanno).

La musica non parla delle cose: parla unicamente del bene e del male (le uniche realtà per la volontà) e per questa ragione essa parla così tanto al cuore, mentre non ha immediatamente niente da dire alla testa.

Arthur Schopenhauer, L'arte della musica, Clinamen.

postato da: labuccia alle ore giugno 30, 2008 23:37 | Permalink | commenti (11)
categoria:musica, schopenhauer, elisabetta bucciarelli, larte della musica
lunedì, 30 giugno 2008

LA FURA DELS BAUS

Imperium.

stasera (finalmente) sarò 

qui

(arte+musica+scrittura scenica+immagini simboliche+estetica allo stato puro)

non vedo l'ora...

e siccome senza musica non riesco a stare, ecco qui.

postato da: labuccia alle ore giugno 30, 2008 08:38 | Permalink | commenti (3)
categoria:arte, teatro, estetica, queen, its a hard life, imperium, elisabetta bucciarelli
domenica, 29 giugno 2008

IL DANNO (riletture "leggère" di inizio estate)

"Tutte le persone danneggiate sono pericolose. E' la sopravvivenza che le rende tali. (...) Non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro."

Avevo aperto la porta di una cripta segreta. I suoi tesori erano immensi. Il suo prezzo sarebbe stato terribile. Sapevo che tutte le difese che con tanta cura avevo predisposto - moglie, figli, casa, professione- erano baluardi costruiti sulla sabbia. Senza conoscere altre strade avevo fatto il mio viaggio attraverso gli anni, cercando e tenendomi attaccato ai simboli della normalità. (...) Era il mio un peccato di falsità? O più probabilmente di codardia? Ma il bugiardo conosce la verità. Il codardo conosce la sua paura e scappa via. E se non avessi incontrato Anna? Ah, che provvidenza per coloro che subivano una tale rovina per causa mia! Ma Anna l'avevo incontrata. E non era stato possibile fare diversamente, e avevo aperto la porta, ed ero entrato nella mia cripta segreta. (...) mi ero librato sempre più in alto, all'interno di una singola realtà: l'abbacinante esplosione da cui era uscito il mio vero io. Quali menzogne sono impossibili? Quale fiducia è tanto preziosa? Quale responsabilità è così grande da negare la possibilità di esistere a quest'unica chance in tutta l'eternità? Disgraziatamente per me, e per tutti quelli che mi conoscevano, la risposta era... nessuna. Essere fatti vivere da un'altra persona, come io fui da Anna, porta a strani, impensati bisogni. Respirare divenne più difficile, senza di lei. Letteralmente, mi sentivo nascere. (...)"

J. Hart, Il danno, Feltrinelli.

(p.s. dopo la pubblicazione del racconto sulle brigate rosse, qui e qui, mi sono arrivate una serie di mail molto forti sull'argomento. Capisco che commentare qui sul blog avrebbe esposto il fianco a polemiche inutili -detesto la polemica- quindi ringrazio per la partecipazione e avviso che non risponderò privatamente. Non era mio interesse riaprire l'argomento, solo proporre un racconto che mi riguarda. Grazie.)

e nel frattempo, finalmente, inizia il conto alla rovescia Fura dels Baus...

postato da: labuccia alle ore giugno 29, 2008 09:16 | Permalink | commenti (2)
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sabato, 28 giugno 2008

ORMAI LO SO QUASI A MEMORIA (in piena notte)

Il mood della giornata di oggi. Grande Vangelis.

Ho visto cose.  Nella versione originale (una meraviglia). In italiano (... e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia).

Love theme.

postato da: labuccia alle ore giugno 28, 2008 08:00 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, 27 giugno 2008

PIOVONO FIORI DAL CIELO (seconda e ultima parte, la prima nel post di ieri)

 

Mio padre è dimagrito. Molto. Abbracciandolo riesco a toccarmi le mani. Mai successo. E’ ringiovanito, scattante, adrenalinico. Capisco dopo. Mi sveglio una notte e sento odore di ferro. Lo trovo sulla poltrona che sta pulendo una pistola. “Cosa fai con la pistola?”

“Niente, la sto pulendo. Tu vai a letto.”

Ha rinnovato il porto d’armi. Sparava bene quando faceva il militare. Poi una scheggia gli ha bloccato il mignolo destro. Ma spara bene anche adesso. Al poligono. Io sono contro le armi. Una pacifista. La prof di lettere dice che sono un animale politico. Vado alle assemblee, ma capisco poco. Non sempre riesco a mettere insieme le cose.

Mio padre tiene la pistola chiusa in un borsello marrone. Lo porta con sé, lo afferra con una mano, tenendolo per una cinghietta. Non sempre lo prende, a volte rimane nell’armadio dietro ai vestiti. Io so dove è, mio fratello più piccolo no. Penso di prendere quel borsello e di buttarlo via. Penso anche altre cose. Quando entra in macchina lo appoggia sul sedile a fianco. È talmente inarrivabile che non riuscirebbe neanche ad aprire la cerniera per prenderla, neanche a togliere la sicura.

 

“Finirei per farmi male da solo. O per far male a qualche collega…”. Guido Rossa

 

Vado al tennis. Con la racchetta in mano taglio nei prati, cammino veloce, poi corro. Dietro di me qualcuno. Mi sta seguendo, è sempre più vicino, si mette a correre. Poi quando mi giro per guardare dov’è, lui si ferma di colpo. Io proseguo e arrivo. Affannata. La sera racconto a casa. “Va tutto bene”, mi dicono. “Fa il suo lavoro.” E scopro che tutto quello che sto dicendo e facendo è sempre sotto lo sguardo vigile di qualcuno. Che mi segue, origlia, verifica le mie telefonate. Arrossisco e mi sento violata.

 

“Quando le cose si devono fare, si fanno…” Guido Rossa

 

Stava su le notti. A scandagliare nomi e cognomi nelle liste. A cercare quelli più vicini alla pensione, quelli senza figli, quelli che… Diceva: “Quando le cose si devono fare, si fanno”. Un direttore sporco di grasso, che si ostinava a rovinare fazzoletti bianchi e pantaloni eleganti. Perché in fabbrica ci stava e conosceva le persone per nome. Non è l’uomo che si vuole colpire ma la divisa.

 

“Ho visto Berardi…” dice Guido Rossa.

 

Piovono fiori dal cielo. Li lanciano al passaggio della bara. L’odore della pipa di Lama in mezzo al freddo e all’umido è quasi l’unica cosa che mi ricordo. Poi la faccia di Berlinguer. Poi gli ombrelli, talmente tanti e neri che come corvi mi oscuravano il cielo. E pioggia, tanta. E tante mani. E tanti che ancora non capiscono, come me. E fiancheggiatori, simpatizzanti, amici, sostenitori, spalleggiatori, linguelunghe. Lo Stato. I Comunisti. I poveri, i quadri, i dirigenti, i direttori. I figli e le madri. Mi guardo intorno. Non distinguo le facce, i pianti, gli applausi.

 

“Se il gesto civile di Rossa non fosse stato troppo isolato; se attorno si fosse formato un cemento per sorreggerlo;…” Luciano Lama

 

Quando entro a scuola tutte le mattine è quasi l’ora. Il momento in cui la radio e la televisione danno il bollettino di morte. A volte rimango sospesa ad aspettare. Altre volte telefono a casa. Qualche volta vengo chiamata in presidenza: “Tuo padre sta bene. Non è lui”. Il suo collega, un giudice, un giornalista, un politico, un suo collega, un giudice, un operaio, un magistrato.

“Gambizzato”

“Morto”

“Rapito”

Pietà l’è morta.

 

“Tutte le mattine fai la stessa strada- gli dice un compagno di lavoro- guarda che questa è gente che deve colpire perché non può lasciarti. Bruceranno la macchina, ti spareranno, per questo non ti possono lasciare così come un altro perché tu sei un operaio che ha fatto una cosa che loro non perdonano”. 

 

Mio padre avrebbe dovuto essere seduto lì. Al posto di guida della sua Triumph Dolomite Sprint. L’hanno fatta saltare in aria con una bomba. Lui era dentro un minuto prima. Quello dopo l’avevano richiamato al telefono. Era mia madre. L’angelo dei padri passava da quelle parti. E’ uscito dall’abitacolo e rientrato in stabilimento per rispondere al telefono. La macchina è saltata. Lui si è salvato. Quella sera non è rientrato a dormire. Ho visto la sua faccia al telegiornale. Mi ha telefonato Marta. “Tranquilla, non è morto.” Sì è ancora vivo.

 

Un Blog. Uno tra i tanti. Insignificanti. Noiosi. Menosi. Ridondanti. Melensi. Specchio dei tempi. Inutili. Su un Post qualunque, un messaggio perso nella rete, leggo ancora di quel giorno. Il titolo:

Le figlie degli operai.

Pagina commovente su Guido Rossa, la sua morte, la figlia. Operai, figli di operai, operai… i figli degli operai, operai… i figli degli operai, gli operai. Provo a rispondere e mi ritrovo a dire ancora le stesse cose. A leggere e sentire ancora le stesse cose. Una pagina senza archivio. Uno slalom tra pentimenti ed ergastoli. Vetero invecchiati e vetusti, senza riscatto e con la faccia al contrario.

Ancora le parti. Niente, neanche la storia, la vita, la filosofia e l’impegno riescono a cancellare le appartenenze. Gli schieramenti. Le postazioni. Anche la paura. Quella non la dimentichi.

 

Telefonate anonime. Domande, continue. La mia età. Quella della mamma. Dove vado a scuola. Dove lavora. Quando torna papà. Dov’è in questo momento. Minuti veloci poi giù la comunicazione. “Non devi dire mai niente.” Non dirò mai più niente. Lo giuro. Né quando sono nata. Né il nome di chi mi sta vicino. Non rispondo più. Non dirò più niente.

 

Sabina Rossa, apprendo, è stata eletta terza nella lista dei Ds al Senato. Nella sua terra, la Liguria. Da figlia pensa che “…per quanto riguarda me, come figlia, non sia valsa la pena”.

Un padre colpito dai nemici della libertà.

 

Mi chiedo se quel giorno, io più piccola di lei, avrei potuto distinguerla da me, da tutti quelli che sapevano di non dover dire nulla al telefono, di non dover temere le pistole, cresciuti che si deve fare quello che si deve fare. Protetti e abbandonati dagli angeli.

Sì che avrei potuto. Io ero ancora quella della paura, lei quella dolore.

 

 

I corsivi:

  • Antonio Negri, Il dominio e il sabotaggio, Feltrinelli
  • Giancarlo Feliziani, Colpirne uno educarne cento, Limina

 

Il racconto è stato pubblicato in “L’Italia si racconta 60 anni di Repubblica”, Arcilettore edizioni.

 

 

 

giovedì, 26 giugno 2008

Questo è l'inizio del mio unico racconto dove la realtà è quella che è, e anch'io sono io senza mediazioni. E' stato pubblicato in un'antologia qualche anno fa. Mi è riapparso oggi, grazie a questa canzone (in una splendida versione con i Queen), che un blogger mi ha spedito via mail. Grazie a lui sia per la dedica che per avermi fatto ritornare al tema che mi ha rapito in questi ultimi mesi. Verità crudele o realismo universale. Lo propongo a puntate. Da saltare anche del tutto ;o)

 

 

PIOVONO FIORI DAL CIELO (mai come adesso)

 

6.30 del 24 Gennaio 1979. Guido Rossa, operaio sindacalista dell’Italsider di Cornigliano, saluta la moglie e la figlia sedicenne per recarsi al lavoro.

Viene ammazzato pochi minuti dopo, al volante della sua Fiat 850.

Volevano gambizzarlo ma uno dei killer torna sui suoi passi. Indietro, verso Rossa che forse, in una pozza di sangue, sta pensando di averla scampata. Rompe il vetro della macchina e spara due colpi al cuore.

 

“Colpirne uno per educarne cento”. Brigate Rosse.

 

Circa tre mesi prima Guido Rossa aveva denunciato Berardi, postino e fiancheggiatore delle B.R. attivo all’interno dell’Italsider, morto suicida in cella.

L’autore materiale dell’omicidio è il brigatista Dura che il 28 marzo 1980 verrà ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia nel covo di Via Fracchia, insieme ad altri terroristi.

 

 “Nulla rivela a tal punto l’enorme storica positività dell’autovalorizzazione operaia, nulla più del sabotaggio. Nulla più di quest’attività continua di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi ritrovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna”. Toni Negri

 27 Gennaio 1979. Fa freddo. Sul treno il riscaldamento non va. E’ sabato, ho saltato la scuola. Nessun compito in classe nessuna interrogazione. Si poteva anche andare. Salto anche la partita di pallamano. Mi scoccia ma non si può dire. Ragazzina superficiale. Sono seduta in seconda classe, il treno è pieno. Mio padre ha scelto un regionale, da Milano a Genova fa tutte le fermate. Lui è vestito elegante, come se andassimo a un matrimonio, io troppo leggera come sempre. Le scarpe aperte di gennaio. Il cappottino. Un paio di jeans e un maglione. Ho i capelli lunghi, legati in una coda. Nessuna borsa. Non mi trucco. Non fumo. Mio padre guarda fuori dal finestrino, gli occhi all’orizzonte. Vede il mare e come quando ero piccola io o piccolo lui. Mi dice: “Ecco il mare”. Alzo gli occhi e vedo che sta piovendo. Acqua all’acqua penso.

 “Né il dolore dell’avversario mi colpisce: la giustizia proletaria ha la stessa forza produttiva dell’autovalorizzazione e la stessa facoltà di convinzione logica”. Toni Negri 

Fa freddo. Mio padre stasera non dormirà a casa. Sono molti mesi che non dorme nel letto con mia madre. Dice che sono “I sabati delle Giuliette”. Ma non si lavora mica di notte, penso e non dico. Non so neanche dove dorma. Ogni tanto telefona. Di solito lo rivediamo il lunedì sera. Ma non è detto. Forse c’è qualcosa che non va con mia madre, ho troppi problemi col latino per occuparmi di loro e c’è già mio fratello da seguire. Ieri gli ho trovato una rivista pornografica nella cartella. Non so cosa fare, dovrei dirlo a mio padre. Magari domani.

 

“Non bisognerà, nei prossimi anni, nei prossimi mesi, temere di entrare nelle fabbriche, come reparti del lavoro produttivo sociale, per imporre agli operai di fabbrica, comperati illusi mistificati dalla pratica riformista, per imporre loro il riconoscimento della centralità del lavoro produttivo sociale. Essi ne fanno parte, non sono né sopra né sotto né a fianco: ci sono dentro essi stessi, devono riconoscerlo. Devono rientrare a far parte di quell’avanguardia del proletariato da cui riformismo ed eurocomunismo li hanno esclusi!” Toni Negri

E’ arrivata una telefonata. La donna dice “Ciao cara, sono un compagna di scuola di tuo papà puoi passarmelo per favore?”. Ho risposto: “No, papà non c’è”. Dice ancora: “Ma lavora all’Alfa tuo papà vero?”. “Sì all’Alfa” dico io. “Ma non sai quando torna?” chiede lei. “Verso le otto, anche più tardi” rispondo“Sempre alle otto?” richiede. “Non sempre”. “E al mattino, quando esce?”, si è fatta meccanica, vuole ottenere risposte che io non riesco a dare, o almeno non con la precisione necessaria, mi incalza. “Non so di preciso, alle sette e mezza”. “Tutti i giorni?” “Quasi sempre…”, “Dì a papà che ho chiamato, intesi?” “Va bene” chiudo e capisco che non conosco il suo nome. Nessun nome. Non me l’ha detto. Dico alla mamma. Lei mi fa ripetere tutto, quando torna, alle otto più o meno, lui ascolta poi mi guarda: “Se dovesse chiamare qualcuno tu non sai dove sono”.

 “Ho capito che in questa società  ci vuole ben più fegato a essere coerenti tutti i giorni con i propri ideali. E questo l’ho capito in fabbrica, negli anni difficili per noi comunisti, osservando certi compagni che in nome dei loro ideali mai si erano piegati alle prepotenze e alle angherie: avevano più coraggio loro attaccati a un tornio che io sulle grandi vette del Nepal”.

Guido Rossa      

Davanti a casa c’è un uomo biondo, con gli occhi azzurri come il ghiaccio. Da quando c’è lui non ci sono più spacciatori e non si trovano siringhe a terra. Periferia di Milano, case popolari a riscatto. Geometri, periti industriali, ragionieri. Figli di immigrati. Contadini. Artigiani. Uomini di fatica, ma con la rivincita sociale nei figli, che hanno studiato, che muovono le braccia ma anche la mente. Mio padre è uno di quelli.

L’uomo biondo ha una mitraglietta in vista. A tracolla. L’angelo dei padri, aspetta il mio tutte le mattine. Aspetta che esca dal portone, che sorrida, che entri in macchina, blindata. Poi sale sulla sua e lo segue. Questa mattina la macchina blindata, Alfetta duemila color panna non c’è. Mio padre se ne accorge guardando dalla finestra. E’ sicuro, era parcheggiata proprio davanti a casa. Non c’è più. L’hanno rubata. Prima dell’arrivo della mitraglietta. Stanotte. Le coscienze si lavano così. Con macchine blindate e mitragliette.

 

“Se qualcuno telefona e cerca di me, tu non sai dove sono”. Guido Rossa

(continua)

 

giovedì, 26 giugno 2008

IL PENSIERO ESATTO

Quando in una mente nasce un pensiero esatto, esso tende già alla chiarezza e la raggiungerà subito: ciò che viene pensato in maniera chiara trova facilmente un'espressione adeguata. Ciò che una persona è in grado di pensare si può esprimere ogni volta con parole semplici, intelligibili e inequivocabili. Coloro che compongono discorsi difficili, oscuri, contorti e ambigui, di sicuro non sanno bene cosa vogliono dire ma ne hanno solo una consapevolezza vaga, tesa affannosamente alla ricerca di un pensiero: spesso essi vogliono anche nascondere a se stessi e agli altri che non hanno propriamente nulla da dire. Vogliono far credere, come Ficthe, Schelling e Hegel, di sapere ciò che non sanno, di pensare ciò che non pensano, e di dire ciò che non dicono.

Arthur Schopenhauer, Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, La vita felice.

 

postato da: labuccia alle ore giugno 26, 2008 05:50 | Permalink | commenti (7)
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martedì, 24 giugno 2008

ONCE

Non l'ho riconosciuta subito. Poi la bocca e gli occhi. Si è tagliata i capelli corti. Li aveva lunghi, lisci e biondi. Ora sembra un maschietto. Mi sono avvicinata. Abbiamo sorriso insieme. <Allora?>, le ho chiesto. <Così>, mi ha risposto. La storia precedente è qui e qui. Mi ha raccontato, aveva voglia di farlo. Uno è il suo fidanzato storico. Si devono sposare a Novembre. Stanno insieme da sei anni. <L'altro è un amico>, mi ha detto. <Ci frequentiamo da un anno. Non è mai successo niente. Ma io lo amo>.  E poi: <Ma tu, sei una psicologa?>. <No>, le ho risposto, <Ascolto volentieri, però>. E così ho fatto. Siamo state insieme un'ora e mezza. Fitta di parole, le sue. E qualche contrappunto mio. <Perchè ti sei tagliata i capelli? Erano bellissimi>. <Non lo so>, mi ha risposto, <L'ho fatto d'istinto>. Tutto il resto in lei è ragionamento. Devo fare, non devo fare. E' giusto fare, non è giusto fare. <Sì, ti capisco, ma sei ancora in tempo a fare tutto. Non è successo niente di irreparabile, niente di definitivo>. Forse dimentico i due che si sono picchiati. Ma lei non vuole parlare di loro, mentre a me farebbe bene farlo. Rimando. E rimangono altre parole. La guardo e lei dice: <Ma io faccio sempre soffrire tutti e non sono neanche contenta. Vorrei portare la mia scelta fino in fondo, ma adesso ho questa persona, che rimarrebbe in sospeso, una storia non vissuta, intensa, capisci?> Io voglio sapere cosa ha deciso. Cosa ha detto a chi. Con chi starà. E perché. Ma non chiedo, lascio che sia lei a parlare, se ha voglia me lo dirà. Mi viene in mente che ho appena visto un film: <Once, lo conosci? E' la storia impossibile di due persone che si amano. Ma rinunciano anche solo a darsi un bacio (è lei che rinuncia, specifico, perché se fosse per lui...), insomma, lei riesce a mantenere puro il loro sentimento. E' un film molto bello.> Parliamo del film. Vuole che le racconti tutta la trama. E alla fine: <Tu pensi che mi debba sposare, vero? perchè l'ho promesso?>. <No>, le ho risposto, <Non lo penso affatto. Anzi se devo essere sincera non penso proprio niente. Volevo solo dirti che non sempre le cose migliori sono quelle che vengono vissute. Ti puoi convincere che sia così, ma non è detto. Quindi può succedere che il loro peso ti condizioni più di quello che ti aspetti>.  <Allora vuoi dire che devo vivermi l'altra storia e poi sposarmi?>. Non voglio dire niente io. Cerco di farle capire che sto solo cercando di proporle delle immagini. Un film. <Tu cosa faresti al mio posto?>, mi chiede. La mia risposta è banale. La trattengo. <Non lo so>, rispondo. E in modo cartesiano le propongo tutte le ipotesi. Abbiamo ragionato un po', ma senza soluzioni. Ascoltandola però, ho percepito profondamente che lei la sua sceltà l'ha già fatta. E io, dalle sue parole, credo di aver capito chi ha davvero nel cuore. (continua)

postato da: labuccia alle ore giugno 24, 2008 23:05 | Permalink | commenti (3)
categoria:amore, milano, amicizia, violenza, once
lunedì, 23 giugno 2008

DIRE GRAZIE (utilizzo del mezzo improprio, ma necessario ;o)

Finito un libro, di solito chiedo a qualcuno di leggerlo. A seconda del lavoro cerco la persona che potrebbe mettermi maggiormente in difficoltà. Di solito identifico due interlocutori. Uno emotivo e uno tecnico. Questa volta devo dire due grazie (ma altri ne arriveranno). A  Marta, che è istintiva e ha letto alla velocità del lampo. E a Giovanni. Disinteressato, veloce, preciso (oserei dire chirurgico. Devo ancora riprendermi...).

E grazie anche a te che mi ricordi ogni giorno e ancora una volta, (va bene, la posto questa canzone).

Ultimo grazie (grande, grande però), a un artista/grafico speciale, Onofrio Catacchio. Qui. (Con emozione).

sabato, 21 giugno 2008

La <ponctuaction> come filosofia di vita.

L'area semantica d'un termine come ponctuaction (interpunzione, ma anche punteggiatura) si estende dal concetto di <ritmo> (...), a quello di sottolineatura d'un significato. Sicché per <puntualizzare> un discorso non si dovrà mai dimenticare di tener conto dell'importanza decisiva che -in ogni opera d'arte e non solo in quella verbale- detengono il ritmo, la scansione, la pausa, la sospensione, l'attesa, di cui le <interpunzioni> grafiche non sono che dei modesti equivalenti. (...) Il concetto di <intervallo> - inteso appunto come necessaria pausa tra suoni, parole, oggetti, colori, può infatti essere allargato fino ad assumere l'aspetto d'una <intervallazione specifica>, ossia come l'uso d'un intervallo ritmicamente scaglionato che permetta la realizzazione d'una vera e propria ponctuaction (punteggiatura e insieme interpunzione) d'un determinato testo, d'un brano musicale o d'un opera architettonica. Ecco, allora, come nel concetto di <perdita della coscienza intervallare> (cui attribuivo e attribuisco molti dei pericoli nell'attuale situazione artistica ed esistentiva) è già implicito il concetto di <opportunità costante d'una ponctuaction> che contribuisca al chiarimento dell'opera d'arte.

Gillo Dorfles, Irritazioni, Luni editrice.

Tagliare, amputare, dilatare, intersercare. Creare intervalli. Ancora prima della parola.

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categoria:arte, intervallo, parola, irritazioni, punteggiatura, gillo dorfles, elisabetta bucciarelli, ponctuaction
sabato, 21 giugno 2008

Pubblicità

Sta per uscire UCCIDERE PER SPORT, Todaro. Ispirato e dedicato ai prossimi giochi olimpici.

C'è un mio racconto lungo, Il paradosso dell'arciere.

E altri, molto belli, di autori bravi. J. Deaver, Marcello Fois, J.R. Lansdale, Barbara Garlaschelli, Nicoletta Vallorani, Carlo Oliva, Luca Crovi, Enrico Solito, Diana Lama, Diego Zandei...

Presentazione nel cuore dell'estate. Vi dirò.

venerdì, 20 giugno 2008

E INVECE MI HA SCRITTO.

Per chi ha seguito, lei mi ha scritto. Stanno bene, i due. Pochi punti e una mano ingessata. Mi ha chiesto di incontraci. Lo farò. Non so cosa abbia deciso. Nè cosa faranno loro. Non ho chiesto. Via mail non mi sembrava opportuno. Solo le ho detto di non essere precipitosa. Di prendere tempo. Questo brano, semplice, è per lei.

Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perchè non esiste alcun termine di paragone. L'uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? per questo la vita somiglia sempre a uno <schizzo>. (...) Non si può mai sapere cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può nè confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future.

Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere, Adelphi.

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categoria:amore, , milan kundera
venerdì, 20 giugno 2008
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categoria:intervallo
giovedì, 19 giugno 2008

IL DIRE E' UNA MODALITA' DEL FARE (e altre cose interessanti sulla parola e dintorni)

Viene riproposta su Booksweb.tv un'intervista che ho girato molto tempo fa, in occasione del Premio Montale, uno dei più importanti.

Per pudore non scrivo poesie, ma ne leggo veramente tante. Lui, per me, è uno dei più bravi.

Edoardo Sanguineti. La regia è di Fabio Abrugiato.

 

mercoledì, 18 giugno 2008

NON AVREI VOLUTO VEDERE (quello che succede quando esci dalla tana)

Milano. Ho visto un gruppo di persone. A semicerchio. Guardavano dandomi le spalle. Il semaforo è diventato rosso. La moto si è fermata. Ho mantenuto lo sguardo, ma distratta. Poi ho intravisto un movimento. Ho sentito un grido. Ho visto una ragazza con le mani in faccia che piangeva e urlava disperata. Il semaforo è diventato verde. Ho fatto segno a chi stava guidando la moto di accostare. Lui l'ha fatto. Dietro a noi le macchine suonavano i clacson. Sono scesa. Ho tolto il casco e i guanti e sono andata diretta verso la ragazza. La gente stava in piedi, guardava. Lei era da sola, con uno spazio vuoto intorno, che gridava e piangeva. Le ho tolto le mani dalla faccia. Non più di trent'anni. Gradevole. Capelli lunghi biondi, occhi scuri. Le ho chiesto cosa stava succedendo. Più volte. Mi guardava e non smetteva di piangere. E poi, mentre le asciugavo le lacrime con un fazzoletto, mi ha risposto: <E' colpa mia, è solo colpa mia>. Mi sono girata e ho visto. Guardavano in tanti. Almeno una decina. Immobili. C'erano anche tre ragazzini. Ho preso la ragazza e le ho domandato ancora: <ma perchè lo fanno?> Lei continuava a piangere disperata e con la disperazione mi ha detto: <perché li amo tutti e due>. Intanto la persona che guidava la moto ha parcheggiato, non mi ha chiesto niente e di sua iniziativa è andato verso i due e ha tentato di separarli. Le ha prese anche lui, ma non si è arreso. Un altro "del pubblico" l'ha aiutato. E insieme sono riusciti. Poi altre persone si sono mosse. E' tornata la calma. Ma abbiamo dovuto chiamare un'ambulanza. Tagli in faccia, una mano rotta, il labbro lacerato. Insieme, tutti e tre, sono saliti in ambulanza. Insieme, tutti e tre, sono andati al prontosoccorso. Volevo salire anch'io su quell'ambulanza. Consolarli. Un po' per ciascuno. Ma lei non ha voluto. Mi ha chiesto la mail. Mi ha abbracciata. Ma non mi ha ancora scritto. Chissà stasera dove sono. Mi chiedo se mai potrò sapere che piega prenderà la loro vita. E lei che ama tutti e due cosa farà? E loro che sanno di doversi spartire il suo amore? Ci penserò per un po', questo è certo.

questa è per loro e per chi si sente così, fragile.

postato da: labuccia alle ore giugno 18, 2008 21:07 | Permalink | commenti (5)
categoria:amore, milano, violenza, sting, fragile, elisabetta bucciarelli
mercoledì, 18 giugno 2008

IL RISPETTO PER LA PAROLA (e la necessità dell'azione)

Nell'Antico Testamento sussiste una convinzione molto radicata che la parola sia in sé pericolosa e che, lasciata completamente libera e senza freni, possa finire per recare offesa alla divinità. Infatti essa potrebbe, se sciolta da ogni vincolo, portare allo scoperto i cattivi pensieri, come si ipotizza nell'Ecclesiastico che ricorda come il <parlare> possa condurre alla morte e come tante <oscene volgarità> possano uscire da bocche prive di controllo. Pure nei Proverbi si ricorda che <chi custodisce la sua bocca, protegge la sua vita>, mentre <chi la spalanca troppo> va verso <la rovina>.

L'ostentazione della parola è un male del nostro secolo. Una sorta di incontinenza del dire. Per chi è ammaliato dalle lettere spesso la parola suona come il Pifferaio di Hamelin. E' facile il plagio e la lusinga. Come assai facile appare la menzogna. In fondo non si tratta che di parole. Per questo la via del silenzio (e dell'azione) appare più sana e autentica. Si prenda Socrate. Imponeva il silenzio ai suoi allievi ma anche lui non si sottraeva a questa prassi. Restava per lunghe ore zitto ad ascoltare il suo dàimon. Non era un indottrinatore, un guaritore o un mago. Ma un uomo di pensiero, e poi di parola. Con l'esempio dell'azione.

<Si dice che (Socrate) fosse solito stare in piedi nella stessa attitudine durante tutto il giorno e la notte, dal primo sorger del sole fino al ritorno dell'aurora, senza chiudere occhio, immobile, nella stessa posizione, con il volto e gli occhi rivolti verso lo stesso punto, assorto in pensiero, come se la mente e l'animo fossero staccati dal corpo>. <Rimaneva nella stessa posizione da un sole all'altro, più fermo di un tronco d'albero>.

Il corsivo da Roberto Mancini, Aulo Gellio e Favorino.

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martedì, 17 giugno 2008

PAROLE E FATTI

L'antica cultura, così fortemente ancorata al culto dell'agire e purtuttavia così protesa all'esplicazione di tutte le potenzialità della parola, continuò a interrogarsi, sulla priorità (tra parola/azione ndr), senza mai appagarsi dell'una o dell'altra soluzione. In un esercizio retorico, Plutarco, da giovane, affrontava la questione se gli ateniesi fossero stati più grandi nell'agire o nella secolare loro opera scritta e d'arte, e approdava alla celebre tirata che per noi è la prima pagina del suo mutilo opuscolo: <Elimina (cioè: immagina di far scomparire) le imprese di Pericle, e di Tolmide, di Mirodine, di Nicia e di Cleone, ed eccoti cancellato Tucidide!> Quello che per l'alta cultura antica è <l'agire> e per i pensatori cristiani <lo spirito>. Ma non lascerei nell'ombra che parola e azione si incontrano e si intrecciano nella sibillina pagina esordiale di Giovanni: se non altro nel tormentoso tentativo di traduzione che ne fa Faust! La parola può essere "omicida" e l'azione addirittura inerte.

Quel nodo di fatti e parole, riflessioni di Luciano Canfora in risposta a carlo Ossola, sul Domenicale del Sole24ore, Domenica 15 Giugno 2008.

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lunedì, 16 giugno 2008

la lingua (suggestioni senza parole, grazie al libro di Mancini ;o)

Non c'è altra parte del corpo che la natura abbia protetto con uno steccato tanto solido come ha fatto con la lingua, ponendole davanti a difesa i denti, in modo che se non obbedisce alla ragione, che all'interno tira <le redini al silenzio>, e non si frena, noi possiamo contenerne l'intemperanza mordendola fino a farla sanguinare. Plutarco

La causa buona di tutte le cose si può esprimere con molte parole e con poche, ma anche con l'assenza assoluta di parole, per questo per esimerla non c'è parola, né intelligenza, perché è posta soprasostanzialmente oltre tutte le cose, e si rivela veramente e senza alcun velame soltanto a coloro i quali trascendono tutte le cose impure e quelle pure e superano tutta la salita di tutte le sacre vette, e abbandonano tutte le luci divine e i suoni e i discorsi celesti, e penetrano nella caligine dove veramente risiede, come dice la Scrittura, colui che è al di là di tutto. Roberto Mancini, La lingua degli dei, Angelo Colla Editore.

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sabato, 14 giugno 2008

FEMMINA (e basta, per adesso)

Femmina come la terra
Femmina come la guerra
Femmina come la pace
Femmina come la croce
Femmina come la voce
Femmina come sai
Femmina come puoi
Femmina come la sorte
Femmina come la morte
Femmina come la vita
Femmina come l’entrata
Femmina come l’uscita
Femmina come le carte
Femmina come sai
Femmina come puoi

Il giorno dei giorni. Tutta la canzone è qui.

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mercoledì, 11 giugno 2008

MARIA STROFA

Rimarrà in rete. Fluttuante con il suo blog e con i suoi commenti. Sparsi ovunque, anche qui da me. Geniale e funambolica.

Ciao cara, per me sei e resti Maria Strofa, con i baffi però. Buon viaggio.

Elisabetta

nella versione di Brian Ferry.

postato da: labuccia alle ore giugno 11, 2008 22:48 | Permalink | commenti (5)
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