ROMENI O RUMENI?
mentre scrivevo questo, un anno fa e più, avevo un rovello. Tra le persone vicine a me c'è una ragazza, 26 anni, sa tre lingue (compresa la sua), è laureata e passa molto del suo tempo con un bambino di mia conoscenza. Io, abbastanza informata, di solito, confondevo i Rom con gli abitanti della Romania che chiamavo, senza pensarci, rumeni. Lei mi ha corretto. "Noi siamo Romeni, con la O. Non siamo zingari, Rom, tanto che il governo del mio paese propose una volta, di chiamare gli zingari Rum (che suona come il rhum), per distinguerli da noi". Da quel giorno per me sono romeni gli abitanti della Romania e mi aiuta anche il Devoto Oli, dando per la verità, tutte e due le possibilità romeno o rumeno. Ma siccome sono italiana, la mia derivazione (suggerita sempre dal Devoto) è definitivamente Romanus (che rimanda alla dominazione romana, tra l'altro), dunque romeni senza dubbio. L'ho scritto anche nel libro. Mi sembrava una semplice nota di colore. Una precisazione. Mi accorgo ora che non è così.
Se ne parla in giro e le parole, si sa, sono importanti. Ma la cosa più intelligente l'ho sentita qui, detta da una donna. "Un uomo che ha ammazzato una donna" si dovrebbe dire più che la nazionalità, il paese, la regione, le coordinate geografiche. Quell'uomo che ha ammazzato una donna, continua a risuonare. Spostiamo l'attenzione continuamente da lì. Invochiamo il razzismo, piuttosto. Ma il problema è ancora la violenza di cui l'umano genere maschile è capace. L'assurda capacità dell'uomo di massacrare il suo per nulla simile, la donna, di infierire sul più fragile, perché ci vuole tutta la meschinità e la pochezza di un'esistenza fallita e brutale per annientare un essere capace di generare. E questi uomini dei giornali e delle chiacchiere che ne parlano scagliandosi contro la società dei poveri o dei ricchi, invocando il dopoguerra e il come eravamo, mi fanno credere sempre più che la strada da fare sia ancora lunga. Invece di parlare di sè, (capaci, i migliori tra loro, di salvare tre donne sole in una vita, la mamma, la figlia e talvolta, non sempre, la moglie), invece di parlare di sè invocano l'altro. Un untore qualunque, sia esso il romeno, il rom o chi si scaglia su di lui. In un'infinita catena di scarico di responsabilità.
Così ho pensato alla mia giornata di oggi. Ho visto la ragazza romena di 26 anni che mi ha detto: "Ma che cosa tremenda questa che sta succedendo. Il fatto è che siamo in tanti qui in Italia, percentualmente anche i maschi romeni delinquono quanto quelli italiani o del resto del mondo. Sai, bevono da noi, e quando bevi poi, non ti controlli". Ha detto così, semplicemente, e come la più semplice delle considerazioni l'ho trovata una conferma. Il non ti controlli, l'aggressività che percepisco e che mi spaventa, proveniente dal genere umano maschile. Che solo in stato di veglia, di sobrietà esistenziale (dall'alcool come dalla sofferenza), è in grado di tollerarci. La paura legata a talune esperienze del passato che non si possono dimenticare e che molte donne come me, hanno avuto. A questo penso quando succedono, ancora stupri e omicidi. A quanta fatica hanno fatto le nostre madri. A quanta dobbiamo deciderci a farne ancora noi. Perchè non siamo al sicuro e questo sì, mi fa una gran rabbia, mi blocca e mi fa paura. L'unica speranza è proprio il modo che le donne hanno in questi giorni di interrogarsi. Non parlano di razzismo o di manierati modi di intendere la povertà, il diverso, o cosa, non si appellano all'intelletto come potrebbero, ma ritornano all'eterno tema della violenza, del rispetto, delle pressioni psicologiche e del dominio. Se gli uomini non giocano a fare la guerra stuprano.