quando IL POETA è un (vero) artista
Ho letto da qualche parte che puoi considerarti uno scrittore solo quando pubblichi un romanzo. Un romanzo, non un saggio. Non sei un artista, sei uno scrittore, uno che scrive e che è stato pubblicato. Non basta un racconto, ci vuole un romanzo. Non pubblicato a tue spese, ci mancherebbe altro, se ti senti uno scrittore non hai necessità di riconfermatelo auto pubblicandoti. E non vale dire che lo fai per farti leggere dagli altri. Nessuno ti leggerà perché nessuno ti distribuirà. Allora ci vuole un libro scritto da te e una casa editrice che creda in te, senza conoscerti, così perché sai scrivere.
Se una persona dipinge durante i fine settimana, quando va al mare o in montagna. O se fa nature morte la sera dopo cena, o se ritrae i suoi bambini che giocano con il cagnolino si dice che ha un hobby, quello della pittura. Se un gallerista o un museo decide di produrre una mostra con i suoi lavori possiamo affermare che sia un pittore. Se il gallerista investe molti soldi in promozione, paga critici e organizza altre mostre si può dire che sia un pittore conosciuto.
Mi chiedo perché mai si utilizzi con tanta facilità la parola “artista” applicata alla pittura/scultura/ fotografia/varie nefandezze neanche citabili. Perché? Opera d’arte non è qualcosa di puro, sublime, sempiterno, coralmente definito tale non solo hic and nunc ma anche e soprattutto nei secoli dei secoli?
Se scrivi e ti pubblicano sei scrittore, se dipingi e ti organizzano una mostra sei pittore, se suoni e incidi musica o fai un concerto sei musicista… se copi qualcuno sei un copione.
E arrivo al dunque, che ha scatenato la mia ira funesta.
Mi arriva per posta una rivista dal titolo promettente Inside Italia. Mensile gratuito. In copertina un piatto di spaghetti e già qui non capisco. Poi inizio a sfogliare, ah! Ma sì, l’ennesimo magazine che si nutre al piatto ghiotto del magico mondo dell’arte! E poi ancora sfoglio, e ci trovo il viso noto di ABO, lo adoro, lui è un vero e acclamato genio, uno degli ultimi veri. E poi, alla sinistra di ABO, che non si capisce, una scritta al neon. Toh, sarà Flavin, altro genio di Flavin… mi sbaglio, è… Aldo Runfola.
Pare che il signor Runfola abbia una rubrica tutta sua e decide di pubblicare in questo numero la foto della tomba di un poeta (uno vero, credetemi) di nome Dario Villa, con tre crisantemi appassiti, data di nascita e di morte e sotto scritto semplicemente: poeta.
Così scrive il Runfola: “Mi sento colpevole nei confronti di Dario Villa. Ma di che cosa mi accuso? Ricordo la lettura che una notte, sono passati vent’anni, fece di un testo inedito poi pubblicato, forse pubblicato, non sono certo. Pensavo: velleitario, come si dice di un’aspirazione irrealizzabile, in questo caso, l’essere poeti più che il poetare, semplicemente”. E qui lo chiudo io.
Dario Villa è un poeta. Pubblicava versi già vent’anni fa. Chi scrive poesie e le pubblica è un poeta. Ma anche chi non le pubblica e pensa di essere un poeta è un poeta per se stesso. Sarebbe più interessante capire perché non vengano ripubblicate le poesie di Dario Villa. Bellissime, un giorno ve ne proporrò qualcuna (anzi l'ho già fatto). La poesia è l’ultima forma di bellezza verbale esistente. E’ la nuova frontiera della comunicazione, è l’estetica pura. Una ricchezza infinita. Dario Villa sapeva comporre frasi con parole belle, terribilmente belle.
Perdonami signor Runfola, ma non me ne importa niente se tu ti senti in colpa, tientelo il tuo senso di colpa. Se accetti un consiglio, esercita il tuo buon gusto e il rispetto per il prossimo.